UCRONIA o dell’inquietudine della virtualità

Soltanto fino a dieci anni fa, l’idea di poter vivere in una realtà parallela era qualcosa che apparteneva ancora di diritto al mondo della letteratura e della fantascienza. Gli inglesi la chiamano ucronia: una realtà aternativa che non può essere perché non esiste, è un non-tempo (unione dal greco della negazione au- con chrònos).
Oggi, invece, siamo arrivati al punto di diffidare di chi non ha almeno un’altra vita oltre a quella reale.
Questo perché in internet, volenti o nolenti, dobbiamo viverci tutti. E non è una cooptazione volontaria: in rete ci stiamo per lavoro, per avere servizi e documenti, per informarci, per fare acquisti, per conoscere altre persone.

Il 2005 è l’anno in cui chi vive solo nella realtà è diventato “strano”. Perché quello è l’anno in cui è esploso il fenomeno dei social network, cioè dei siti che nascono per l’unico e preciso scopo di far incontrare le persone. Se all’inizio erano un posto conoscersi, discutere e scambiarsi informazioni, i social network sono oggi il luogo in cui più di frequente ci innamoriamo. E sono la prima causa di separazioni e divorzi.
In altre parole: da quando ha conquistato anche l’amore, la rete è il posto che più abitiamo nella nostra vita.
Un posto dove tutte le regole sociali che abbiamo conosciuto e studiato negli ultimi due secolo si sono sovvertite.
Come quella dei piccoli mondi, più nota come teoria dei sei gradi di separazione, immaginata dalla letteratura nel 1929, avvallata dai sociologi negli anni ’50 e dimostrata dai matematici alla fine degli anni ’60: per far incontrare due completi sconosciuti nel mondo bastano al massimo sei intermediari.
Una teoria abbattuta da Facebook nel 2011: la rete che oggi viviamo (detta web 2.0, cioè una forma evoluta di internet alimentata principalmente da contenuti di ogni tipo pubblicati autonomamente dagli utenti) riduce a 4 i gradi di separazione.

Internet è un propulsore della nostra vita, un’espansione che ci rende ubiqui e anche immortali.
Meraviglioso, certo. Ma anche inquietante.
Il web continua a spalancare porte che chiamiamo opportunità; ma queste porte portano con sé domande a cui ci è pressoché impossibile dare risposta. Negli ultimi anni, l’informatica ha passato alla sociologia e alla psicologia grandi interrogativi: Google ci rende stupidi? Ha ancora senso parlare di privacy e riservatezza con una media di 87 (!!) password da ricordare? La mortalità virtuale è un diritto da garantire?
L’ultima di queste domande riguarda il tempo.
Vivere connessi significa essere costantemente immersi in un flusso di attività e informazioni. La realtà che viviamo fisicamente (la cena con gli amici, la riunione coi colleghi, la giornata al mare) è solo una parte di questo flusso; e non necessariamente la più importante o interessante.
Se scambiamo messaggi d’amore mentre siamo sdraiati in un paradiso terrestre, stiamo solo vivendo di diritto un sentimento importante della nostra vita o ci stiamo perdendo un momento magico e irripetibile? Ogni risposta è sbagliata.
E anche noi, in questo modo di vivere, diventiamo sbagliati. Paradossalmente, mentre viviamo due momenti unici in uno (innamorarci ed essere fisicamente in un posto meraviglioso) ci sentiamo comunque fuori posto.

Su di noi, che siamo sempre uno, collassa un tempo di vita multiplo. Essere iperconnessi è sinonimo di presenza, di potere, di affidabilità. Gestire una riunione, controllare le notizie, prendere decisioni e comunicarle, rispondere a mail e messaggi, curare le relazioni private: sono solo alcune tra le attività che ogni giorno conduciamo nel tempo del lavoro.
Il tempo del web è inumano. Ogni ora su YouTube, il social network dei video, vengono caricate oltre 100 ore di filmati. Ma qual è il nostro punto di rottura? È quello in cui ci sentiamo persi, a disagio, in difetto, limitati dalla nostra realtà, fisica e intellettuale.
Il flusso di stimoli a cui ci espone la rete è un fiume in cui rischiamo di annegare. Non abbiamo il tempo di fissare le priorità, i ricordi, non vediamo prospettive di lungo periodo, non distinguiamo il vero dal falso.

Fino al 2005 avevamo tre pilastri che erano per noi il senso della modernità: l’informazione, con un codice etico e una rilevanza professionale, sociale e politica; la cultura, intesa come formazione dell’individuo all’interno di un contesto ampio e continuo; l’opinione pubblica, il grande corpo sociale delle persone e dei cittadini.
L’ascesa irresistible della vita virtuale ha sgretolato questi tre pilastri, ma non ci offre alternative valide e riconosciute. L’editoria è in sofferenza profonda. La scuola è accusata di inadeguatezza e la formazione continua è un miraggio. La memoria collettiva è così breve e labile da dimenticarsi persino cosa si è mangiato a pranzo, se non lo si è fotografato e condiviso in rete!
L’Università della California ha definito il nostro tempo come “l’età dell’interruzione”. E se è vero che il web non si può fermare, è altrettanto vero che dobbiamo fermarci a riflettere su come viviamo la nostra vita, ognuno e tutti. Uno stop necessario quanto più il contesto a cui ci riferiamo è locale.
Da tre anni, all’arrivo della primavera, il Comune di Brescia mette uno stop e dedica tre giornate a fare il punto su come la tecnologia cambia la nostra vita. E lo fa chiedendo a persone che si occupano di innovazione di raccontare la loro vita in questo ambito. Perché la cosa che ci salva ancora, sempre e comunque, è l’empatia, la sensazione di vicinanza che è alla base di ogni progetto e percorso collettivo.
Mercoledì 2 marzo sarà dedicato alla costruzione di un ricordo collettivo collegato a un grande evento, vicino nel tempo eppure già così confuso nella memoria: Expo. Sei mesi fa si è spento l’albero della vita, che portava la firma delle imprese bresciane. Ma quello che Expo aveva da dire a tutto il mondo non si è affatto spento: dalla carta contro gli sprechi alimentari al diritto alla nutrizione, dalla costruzione di un sito smart e a impatto zero al futuro del sito che forse darà casa alla ricerca.
Poi il 9 marzo parleremo della scuola, perché da quest’anno le scuole di Brescia saranno tutte connesse da una rete potente e modulabile, che le trasformerà in un network di eccellenza, dove la didattica potrà avere nuovi strumenti. E quale obiettivo più ambizioso che non quello di usare la tecnologia per non lasciare indietro nessuno?
E infine, il 16 marzo, capiremo meglio come 8 persone riescono a muovere quasi tre milioni di contatti attraverso lo strumento con cui in questi anni sono nate e si sono diffuse rivoluzioni, movimenti, notizie: Twitter.

Una curiosità: la scienza ha verificato l’esistenza delle onde gravitazionali.
Einstein aveva ragione: il tempo è molto più della linea retta nella quarta dimensione che abbiamo immaginato finora.
Dunque, forse l’ucronia è sempre stata una realtà; e noi ce ne siamo accorti solo ora.

[Questo articolo è stato pubblicato sul blog Voci di Brescia del Corriere della Sera a questo link]


Comments are closed.