Nov 1 2016

Come il web ci sta cambiando

Caucasian woman using cell phone in bed

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Ho sostenuto anche io, per anni, che l’uso che fai di internet dipende dalla persona che sei.
Poi sono diventata mamma.
Osservando i miei figli, mi è sempre più chiaro che non solo la distinzione tra reale e digitale (che ancora fatico a superare) è inadeguata e insulsa, ma anche che la rete non è un ambiente neutro, che la socialità digitale comporta adattamenti nel comportamento e nella relazione di cui non sono in grado di prevedere le conseguenze.
Pur essendo di natura una persona ottimista e praticando per lavoro gli scenari di progresso che la tecnologia e la rete portano con sé, non posso fare a meno di provare un fondo di inspiegabile e indefinibile preoccupazione per il mondo che arriverà entro 15/20 anni, in cui i miei figli adulti mi parranno forse ben più distanti di quanto non siamo oggi io e i miei genitori. Internet non è uno strumento come gli altri perché la relazione mediata tra le persone comporta dei mutamenti anche nell’etica, nella morale e nella politica (che è l’espressione pubblica del nostro modo di immaginare il futuro).
Nei giorni scorsi su Avvenire, Antonio Giuliano ha posto alcune interessanti domande sul futuro della società in rete allo psichiatra Tonino Cantelmi. Qui sotto trovate la versione disponibile anche nel web.

È particolarmente interessante per me l’accento che il prof. Cantelmi pone su due dimensioni della persona: la relazione con lo spirito e la relazione con l’altro. Da un lato, il web confonde Continue reading


Gen 22 2016

Il punto di vista dalla strada

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Provo sempre una fitta al cuore quando leggo i numeri sull’innovazione e le città intelligenti. Non per i numeri in sé, ma perché delle nostre città -che così poco ci appartengono e che abitiamo spesso senza parteciparle- ci si limiti a descrivere la statistica e non la vita. Come, per esempio, se della persona che amiamo dicessimo l’altezza, le misure o il numero di scarpe e non che quando ride per noi è irresistibile o che sa ascoltarci mentre ci lamentiamo con il giusto equilibrio tra comprensione e la spinta a reagire. O se del nostro futuro ci limitassimo a dire quanti anni vogliamo vivere e non che sogni vorremmo realizzare.
Questa per me è stata una lunga e intensa settimana di lavoro. Ma è stata anche una delle settimane più motivanti, perché sono usciti due articoli (entrambi su La Stampa) così belli che non vedevo l’ora di condividerli qui.

Il primo porta la firma di Massimo Russo, che con la scusa di recensire l’ultimo libro di Evgeny Morozov intitolato “Silicon Valley: i signori del silicio” spiega meglio di quanto potrei fare io perché il digitale è politica, il web non è un media neutrale ed esiste una battaglia di diritti che ancora va combattuta e difesa nella vita virtuale come in quella reale. Lo leggete qui.

Il secondo, invece, raccoglie attraverso l’intervista che Carlo Grande fa all’architetto e urbanista Daniel Libeskind una poetica riflessione sul senso umano della città che dobbiamo costruire. La leggete tutta con la dovuta attenzione a questo link.
Io porto con me due passaggi chiave, che qui cito e che quotidianamente faccio miei:

Ogni città richiede soluzioni specifiche, a New York come a Milano. Bisogna ”connetterle” e rispettare il genius loci. Non basta un po’ di verde sui balconi. La città sono le persone, l’empatia, i luoghi d’incontro. Sono il mondo, quello che il mondo produce. I desideri del mondo vengono dalle città: sono imprevedibili, misteriose.

Tanti pensano che la tecnologia risolverà tutti i problemi, ma la cosa che dà speranza è comprendere la complessità umana. Servono meno tecnocrati e burocrati e più poeti, astronomi, letterati, danzatori. Più qualità e meno quantità.

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