Mag 26 2016

10 cose che ho imparato facendo la valutatrice UE

Nelle scorse settimane mi è stato chiesto di partecipare alla valutazione di alcuni bandi europei. Una proposta che mi ha riempito di orgoglio e anche di agitazione: è vero che faccio il mio lavoro con entusiasmo, ma non sapevo se ero abbastanza competente da valutare il lavoro degli altri.
Ebbene, ve lo dico: sareste entusiasti di avermi come valutatrice.
Non perché sono buona, al contrario: sono stata inflessibile (per non dire di peggio). Ma perché leggerei con attenzione i vostri progetti, ne valuterei le prospettive e vi farei appunti precisi, che possano aiutarvi a cogliere le debolezze o gli approfondimenti necessari.
Ho imparato molte cose da questa esperienza. E siccome sono una che pratica -oltre che predicare- la filosofia “open”, condivido le principali con voi.

1. L’Europa è un bel posto dove lavorare.
La cosa più faticosa di fare bandi europei è trovare i partner internazionali. Eppure, valutando le reti di consorzi e di partner, posso garantirvi che il confronto con le altre realtà europee è impagabile. Non solo perché dobbiamo ancora creare un vero mercato di servizi innovativi, ma anche perché collaborare nell’ambizione è un acceleratore di eccellenza.

2. La ricerca costa.
Da italiana, sono abituata alla dicotomia quasi incolmabile tra la mancanza di investimenti nella ricerca come vuoto strategico nazionale e la protezione dell’universo accademico come se avesse in eterno il diritto di replicare se stesso, mantenendosi lontano da logiche di mercato o da ragionevolezze finanziarie. Bene. In qualsiasi progetto europeo è richiesta un’attenzione e un’elevata competenza nella redazione dei budget, che devono essere modulati e adeguatamente giustificati. Non è raro che un progetto con contenuti validi risulti palesemente assurdo a livello di budget e che, proprio per questo, non venga finanziato. Perché i bandi di innovazione non sono un salvadanaio da rompere per avere “qualche soldino in più”. Che vi piaccia o no, siamo una società di mercato e dobbiamo imparare a fare bene i conti sempre. In questo senso, i bandi sono un esercizio che va esteso a ogni altra iniziativa, anche locale, anche interna. E questo vale per la ricerca, per le imprese culturali, per la sanità, per la scuola e qualunque altro pilastro nazionale vi venga in mente.

3. L’innovazione fa mercato.
Dopo l’adeguatezza dei costi, viene quella dei ricavi. Nemmeno la ricerca oggi può esimersi dalla necessità di …essere necessaria, dunque di avere o di creare un possibile mercato. Questo significa che gli investimenti richiesti devono prevedere degli obiettivi misurabili in ogni fase (attenzione: non successi, ma obiettivi misurabili; è questo che ancora differenzia ricerca e impresa) e che i partenariati devono includere chi sul mercato già ci sta, che sia profit o no profit. Trasversalità e transdisciplinarità non sono soltanto belle parole.

4. Fasce deboli.
Quando parliamo di innovazione, non c’è niente che possiamo tralasciare. Leggete con attenzione i bandi e troverete in tutti l’obbligo di considerare quelle che genericamente si chiamano “fasce deboli”. Continue reading