Perché non dobbiamo scambiare Facebook per un social network

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[questo articolo lo trovate anche sul blog del Corriere della Sera a questo link]

Discuto spesso del fatto che ci sia stata un’epoca non lontana in cui il web relazionale era un posto migliore in cui interagire. Le motivazioni a supporto di questa tesi sono moltissime: si era di meno ad essere spesso connessi, era più difficile aprire uno spazio di pubblicazione autonoma (sito, blog, profilo), esisteva maggiore rispetto per la netiquette, ovvero quell’insieme di norme che regolano la comunicazione con gli altri attraverso la rete.
Non voglio mentire: credo che questa sia una sciocchezza, uno di quegli inganni della nostalgia che ci fa apparire migliore qualcosa solo perché appartiene al nostro passato al quale siamo sopravvissuti senza traumi evidenti.
Uno dei cardini del web relazionale era proprio offrire a tutti uno spazio di interazione, rendere semplice la pubblicazione autonoma di contenuti, fare in modo che fossero gli utenti a produrre e diffondere con modalità sempre più immediate contenuti multimediali di interesse e di attualità.
Eppure una differenza evidente con un web d’altri tempi esiste. E Facebook ci aiuta a capirlo meglio di qualsiasi altro posto.

Partiamo dalla base: Facebook è fuori dalla rete, nel senso che per essere parte di questo network devi “entrarci”, aderendo volontariamente a una serie di regole. Non ci sono segreti: quello che accetti iscrivendoti è il permesso di essere profilato. Ci sta, il servizio è figo: Facebook è attualmente il miglior social network al mondo, piace a miliardi di utenti che lo trovano utile e lo frequentano ogni giorno. E in cambio di un servizio così figo e gratuito, i gestori ti chiedono in cambio notizie su di te. Le usano per fare sondaggi, test, campagne di comunicazione, pubblicità. Il medium è cambiato, il modello di business non tanto: la profilazione del pubblico (o target) è comune a tutti i mass media fin dalle origini. Con il web è solo più precisa e aggiornata.
Quello che rende Facebook davvero diverso, un unicum mai visto finora e che cambia in effetti la nostra percezione della relazione con gli altri, è un meccanismo di cui raramente gli utenti, anche i più intelligenti, sono consapevoli.
Negli altri social network comparsi nel web dagli inizi del millennio, il meccanismo era questo: tu creavi un personaggio virtuale (avatar) con una sua narrazione che aveva toni e contenuti riconoscibili (storytelling) e aspettavi che qualcuno, che trovava interessante questo tuo personaggio on line, interagisse con te.
La differenza tra un portale e l’altro era racchiusa da un insieme di valori a cui eri chiamato ad aderire iscrivendoti. Quando si dice che su MySpace sembravamo “tutti artisti” e su MSN eravamo “tutti lì per rimorchiare”, che su SecondLife “facevamo cose incredibili” e sui forum “litigavamo e basta”, era assolutamente vero: erano spazi creati per sollecitare alcune dinamiche di interazione attraverso le parole.

Quando è arrivato Facebook, inizialmente non era diverso. Ma era molto più facile: la personalizzazione del profilo era minima, non potevi toccare i codici (lo ammetto: le poche cose che so di html le ho imparate per modificare il mio profilo su MySpace), avevi a disposizione pochi strumenti per caratterizzare la tua identità on line; ma questo rendeva il network più veloce, più performante.
E poi, la bacheca in continuo aggiornamento con gli status degli altri utenti era una tentazione irresistibile: Facebook è la dimostrazione evidente che una delle grandi conquiste dell’umanità è il gossip senza vergogna.
Ad ogni modo, Facebook come lo conosciamo oggi non è quello delle origini.
Ed è sempre meno un social network.

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Il punto è che Facebook si interpone tra noi e gli altri: quella con cui interagiamo più spesso su questo portale è la macchina. Se si apre la pagina profilo è facile osservare che è piena di quelle che in gergo si chiamano “call to action”, ovvero sollecitazioni a interagire con il sito web, a fare qualcosa (pubblicare o selezionare un contenuto).
Facebook ci chiede esplicitamente di dire a lui, cioè alla macchina, dove siamo, con chi siamo, come ci sentiamo; seleziona per noi dai nostri dispositivi portatili foto recenti e ci invita a condividerle; costruisce per noi una narrazione nostalgica del passato recente (i diari dell’anno passato, gli anniversari delle amicizie virtuali, i ricordi già condivisi).
Abbatte il silenzio offerto dalla pagina bianca e dalla solitudine di ognuno davanti allo schermo con una domanda molto semplice: “A cosa stai pensando?”
Una domanda neutra, su cui ognuno può proiettare se stesso.
E infatti ognuno ci mette quello che vuole: la tenerezza, il romanticismo, la malinconia, la rabbia, le parole di qualcun altro, un pensiero dedicato a un’altro utente. Quello che Facebook ci sollecita a riempire è uno spazio bianco, una macchia di Rorschach a cui ognuno attribuisce le parole e il tono che gli appartengono.

Inevitabilmente, qualcosa non va: non siamo più noi in relazione agli altri; siamo noi in relazione alla macchina che ci mette in relazione ad altri, a loro volta in relazione alla macchina.
Non è strano, allora, che più interagiamo attraverso Facebook meno siamo in grado di interagire attraverso altri social network, soprattutto quelli disintermediati, ossia dove quello che ti chiede “A cosa stai pensando?” è davvero un’altra persona, che ti pone una domanda interessata e per la quale la tua risposta ha un valore in termini emotivi.
Su Facebook si può rispondere a una domanda semplice, che nella vita vera ha una connotazione affettiva di vicinanza e interesse, con un insulto o un’invettiva senza avere conseguenze: alla domanda “A cosa stai pensando?” puoi scrivere risposte come “Vorrei veder morire male tutti quelli che…” e metterci una categoria di esseri umani a scelta; protetti dalla mediazione della macchina, con il mio status interagiranno utenti protetti a loro volta dal livello intermedio della macchina. In altre parole: su Facebook, spesso comunichiamo anche quando non abbiamo niente da dire, e quasi sempre ci permettiamo di essere peggiori di ciò che siamo in ogni altro contesto della vita, usiamo parole più violente, esprimiamo giudizi più taglienti, siamo più rigoristi, più egotici (cioè tendiamo a dare eccessiva rilevanza e valore alle nostre idee ed esperienze).
Spesso su Facebook, con le parole e i toni che usiamo, siamo le persone che ci vergogneremmo di essere nella vita vera.

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Ma noi non siamo macchine: i comportamenti che pratichiamo diventano per noi abitudini che trasferiamo in altri contesti relazionali.
Così, interagendo tanto con Facebook, succede che nella relazione diretta diventiamo invadenti o inopportuni, verbalmente violenti o indisponenti, condividiamo contenuti non richiesti (foto e video), non considerando che non tutta la comunicazione in rete è mediata da una macchina primaria e invalicabile.
Facebook non è un social network: è più simile a un robot virtuale, che dialoga con noi e ci invita a restituire agli altri una narrazione della nostra vita di cui, in definitiva, nemmeno noi andiamo sempre fieri.
I social network sono un’altra cosa. Sono posti dove puoi conoscere persone per quello che loro possono e vogliono raccontare di sé; una narrazione discontinua, a volte incoerente, e comunque condizionata dal luogo virtuale in cui vi trovate entrambi, ma quanto meno diretta.
E poi naturalmente, c’è la realtà.

La Generazione X, oggi nella seconda età adulta, è la generazione che più presenta rischi di isolamento di fronte a passaggi della vita come il ritiro dal lavoro. Sotto gli influssi della televisione commerciale prima e del web relazionale poi, è quella più povera di reti sociali, con il maggior rischio per gli individui di coltivare un’immagine distorta del mondo in cui vivono: complotti, pessimismo, iper-criticità, rabbia e frustrazione, aggressività, depressione, opportunismo, incapacità di relazionarsi con gli altri. Il prossimo futuro ci riserva una generazione di vecchi isolati, egotici e incattiviti, mai così esposti a dipendenze (come la ludopatia o l’abuso di droghe legali, come alcool o psicofarmaci) in grado di colmare il vuoto lasciato dalla relazione con gli altri e dai valori di appartenenza a una comunità in cui il progresso è qualcosa di reale e misurabile, per cui il contributo di ciascuno è importante.

Naturalmente, esistono molti modi per affrontare questo problema; che non è peggiore o migliore di altri problemi sociali con cui ogni generazione in ogni epoca si è dovuto confrontare, per lo meno da che esiste la democrazia moderna, i cui principi fondanti sono la libertà, l’uguaglianza e l’equità.
Il primo è quello della consapevolezza: conoscere lo strumento con cui si interagisce, le sue regole e anche le sue limitazioni aiuta a prendere le distanze. Un po’ come conoscere i principi del marketing aiuta a decodificare meglio i messaggi pubblicitari da cui siamo costantemente bombardati, per non soccombere alla continua sollecitazione di finti bisogni; e anche: per non scambiare realtà di marketing per movimenti politici (così, lasciatemelo ricordare: chi fa bene la pubblicità non fa bene la politica, poiché sono competenze fondate su valori per lo più antitetici).

Il secondo è quello dell’empatia. L’empatia è la capacità con cui ognuno di noi è in grado di immedesimarsi nello stato d’animo degli altri, avvicinandosi emotivamente a ciò che sentono. La vicinanza emotiva, insieme al rispetto dell’altro (principio fondante della libertà contemporanea e dello stato di diritto), è la base per il confronto costruttivo, per lo scambio di idee e anche per il progresso: dove io colgo l’esistenza di un problema, anche se non mi riguarda personalmente, sostengo la sua soluzione per un principio di bene comune.
L’empatia, a differenza di altre competenze relazionali apprese per lo più dagli ambienti di vita, è qualcosa che non si impara se non c’è chi ce la insegna. Lo strumento di maggiore e più efficace educazione collettiva all’empatia è il romanzo, che è ancora -nonostante il proliferare di forme di narrazione più pop, immediate e semplici- la forma di narrazione del nostro tempo. Non è un caso che in Italia si leggano pochi romanzi e che, di contro, l’utilizzo della rete influenzi il modo in cui pratichiamo la socialità e la sua espressione collettiva: la politica.
Leggere romanzi è la nostra migliore forma di prevenzione dall’isolamento emotivo, dall’inganno della socialità mediata dalle macchine; ed è anche un’assicurazione per una felicità e un appagamento più profondo, derivanti da una più piena consapevolezza della vita, nelle sue connotazioni tutte umane fatte di emozioni e di sentimenti.
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L’ultimo aspetto è quello delle parole. Esattamente come non rispondereste mai qualcosa di sgradevole a chi vi chiede, chiunque sia, “A cosa stai pensando?”, è bene non usare parole aggressive in rete, nel significato e nel tono.
In questi giorni, su Facebook spopola una nuova applicazione che permette di essere aggressivi tra utenti abbattendo l’ultima (finta) barriera alla decenza: la notorietà. Garantendo l’anonimato, il sistema promette di poter dire tutto ciò che si pensa di qualcuno proprio a quel qualcuno. Un gioco al massacro, che però coglie un principio fondante del marketing: l’immoralità. Quello che scandalizza, attira l’attenzione. Geniale per il marketing, pessimo per le relazioni. Se vi diverte insultare qualcuno che non conoscete, fatevi avanti prima che il gioco stufi. Ma se usate la rete per rendere migliore la vostra vita, scegliete sempre, in qualunque contesto, parole non ostili. E imparate dalla macchina l’unico vero insegnamento che può darvi: chiedete più spesso a qualcuno: come ti senti?, a cosa stai pensando?, dove sei?, con interesse sincero.
Nell’epoca delle macchine intelligenti, esiste qualcosa di esclusivamente umano da praticare con coraggio, on-line come nella vita reale: la gentilezza.

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