Happy in the city. Le smart city all’esame della felicità.

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Sabato le donne di EWMD mi hanno chiesto di tenere un talk [ossia un breve discorso] sul modello dei TEDx a tema innovazione e smart city. L’invito mi ha lusingato moltissimo e per giorni ci ho lavorato, emozionatissima: nel tempo che avevo a disposizione – 7 minuti in tutto – dovevo riuscire ad arrivare al punto, dando però anche spunti di riflessione e dibattito.
Alla fine, ho scritto un discorso che ho intitolato “Happy in the city” e che metteva a confronto le due visioni di smart city per il presente (e dunque, il futuro): l’indirizzo tecnologico e quello umanistico.
Il talk era in inglese; ma ovviamente ne ho fatto una versione italiana. Che -senza tagli- è questa che trovate di seguito.
Durante la giornata organizzata dalle EWMD sono stati molti gli argomenti toccati dalle relatrici: dalla robotica alle neuroscienze, dall’internet delle cose a quello delle relazioni sociali, abbiamo aperto una bella vetrata sul futuro che ci aspetta. Farebbe bene anche a voi parlare di futuro. E allora iniziate a segnarvi questa data: 13 Maggio 2017, il TEDx sbarca a Brescia. E saremo tutti più smart e felici!

 

Siete felici?
Forse so cosa state pensando: dovrei parlarvi di città intelligenti, digitali, connesse e tecnologiche; e invece vi parlo di felicità.
Io sono un’umanista e di lavoro progetto le città smart. Non progetto tecnologie, né faccio design di servizi: io progetto la visione.
E quando si parla di visione, la felicità è proprio il punto centrale.
È così importante da dividere il mondo.

È iniziato tutto nel 2007.
Il termine smart city era stato coniato già da diversi anni; almeno da quando le nazioni si erano rese conto che stavano fallendo la sfida climatica del Trattato di Kyoto. Così, hanno pensato bene di scaricare tutta la responsabilità sulle città, dicendo che è lì, nelle grandi città del futuro, che vivrà l’80% della popolazione (peccato che negli stati ne viva il 100%). Il 2007 è stato l’anno in cui viene elaborato il “modello” delle città smart. Vi ricordate i famosi sei fattori chiave dell’efficienza? Ambiente, mobilità, energia, stili di vita, economia e quello che genericamente si indica con il termine “smart people”. Con questo modello, sono state scelte 71 città in Europa, quasi tutte di medie dimensioni, e sono iniziati i cosiddetti “dimostratori”: progetti più o meno ampi in cui i sei fattori chiave sono stati combinati per far funzionare meglio la città.
Nello stesso anno, in un paesino della Francia, per l’esattezza a Rennes, si è svolto molto più sottotraccia un evento altrettanto importante: da tutto il mondo si sono trovati sociologi, matematici, economisti, ingegneri, filosofi, imprenditori, politici, artisti e chef per cercare di definire insieme che cos’è oggi per noi la felicità.
Il 2007 è stato un anno di bivio nella nostra storia contemporanea: da un lato, l’affermazione che il futuro delle nostre città era tecnologico; dall’altra, l’ingresso di un fattore destabilizzante per l’Europa contemporanea (e non solo): il concetto moderno ed equo di felicità.
In meno di tre anni il mondo è cambiato.
Le città hanno iniziato a investire in tecnologie urbane, in piattaforme di integrazione dei dati, in efficienza energetica, in filiere dell’energia sostenibili.
E intanto l’OCSE dichiarava che il prodotto interno lordo non bastava più a misurare il progresso internazionale.
Cos’è successo in quei tre anni?

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È il 2009 e in Francia il presidente è Nicolas Sarkozy.
L’Europa entra in crisi. Lo avevano predetto 16 economisti negli anni ’90 firmando insieme il “Manifesto contro la disoccupazione in Europa” in cui si legge che le politiche di contenimento delle spese (cioè l’austerity) avrebbero finito per rendere sempre più gravi le crisi sociali. E in cui a margine si legge che per risollevare la domanda e far crescere l’economia europea occorre “investire sulle persone, dando loro strumenti per costruire il proprio futuro”.
La lezione di Rennes è stata compresa e Sarkozy affida a tre economisti il compito di dire alla Francia (e all’Europa) come uscire dalla crisi.
La commissione è guidata da Joseph Stiglitz, un economista americano che si era posto in modo estremamente critico con la tendenza contemporanea di inserire molti livelli tra chi decide e chi subisce, nella guerra come nella finanza, che si era opposto apertamente al FMI e che di lì a due anni -proprio per questo suo tentativo di rendere più dirette, trasparente e umana l’economia mondiale- avrebbe vinto il nobel.
Con lui c’è Jean Paul Fitoussi, che in Francia proprio in quegli anni sta provando le sue teorie sui legami reciproci che esistono tra democrazia e sviluppo economico, tra diritti e ricchezza, che è critico nei confronti della politica dell’austerità, delle rigidità delle autorità di mercato e che nel momento della disoccupazione richiama i governi europei al loro ruolo di tutela dei cittadini e dei lavoratori.
E poi c’è Amartia Sen, indiano, che aveva vinto il nobel dieci anni prima che per primo aveva additato le politiche del welfare elaborando un complesso sistema capace di prevedere come uno stato o una regione del mondo, sebbene ricca dal punto di vista delle risorse, poteva rapidamente impoverirsi.
Voglio soffermarmi meglio sulla teoria di Sen, perché è a mio avviso la prima vera visione di quello che oggi dovrebbero essere le città intelligenti.
Sen mette in discussione la “dottrina del benessere”, quella su cui si basa il PIL, inserendo un parametro decisivo: i diritti di ciascuno. Il welfare che oggi misuriamo ancora con il PIL, infatti, prevede che le persone si differenzino dalle cose per il solo fatto di essere dei “tramite” di grandi progetti collettivi. Secondo Sen, invece, l’economia deve tener conto del diritto di ognuno e tenere distinti quelli che sono i “funzionamenti” (ovvero lo stato di fatto, ciò che si possiede o si può possedere) dalle capacità, che includono la qualità della vita e anche la possibilità di realizzarsi, di essere sicuri, curati, nutriti. In un’altra parola: di vivere felici.

L’ingresso della felicità nelle politiche economiche internazionali non è stato senza conseguenze. Oltre Brexit, esiste un’opposizione sempre più consapevole alle politiche europee dell’austerity. E non è solo una questione di economia.
E io credo che lo sviluppo delle città intelligenti sia una tappa decisiva per il nostro futuro, non solo europeo ma mondiale; e credo che proprio adesso siamo di fronte a un bivio cruciale.
Da una parte, abbiamo modelli e teorie che ci spingono a dotare le città di “funzionalità”, a renderle abilitanti, efficienti, tecnologiche. E siccome la perfezione non ama i compromessi, ci sono città che sono state create dal nulla in modo da essere perfette.
Masdar negli Emirati, Fujisawa in Giappone, Lavasa in India, Songdo in Corea del Sud, PlanIT Valley in Portogallo, Konza Techno City in Kenya: sono costate miliardi, sono tutte città ultra intelligenti, con il massimo della funzionalità e della sostenibilità che l’ingegneria e la tecnologia di oggi possono permetterci.
E sapete cos’hanno in comune queste città perfette? Sono vuote.

Se chiedete al professor Robert Pogue Harrison o a mia nonna, probabilmente vi diranno con parole diverse la stessa cosa: queste città sono vuote perché non hanno storia.
Harrison, molto probabilmente, vi spiegherebbe che solo un’architettura che riesce a costruire sui morti può essere umana. Harrison ci dice anche che, culturalmente, l’epoca che stiamo vivendo sarà -tra centinaia o migliaia di anni- letta come la fine del neolitico, che per lui è una lunga era dove gli esseri umani hanno scelto di vivere dove potevano avere relazioni forti, quelle che si hanno con il passato, con le radici, con gli avi.
Non è il solo a pensarla così. Il filosofo Zygmunt Bauman legge il nostro come il tempo delle relazioni liquide. E in molte costituzioni del nordeuropa l’individualismo -ossia la massima possibilità di realizzarsi e di esprimere le proprie potenzialità- è da tempo un diritto costituzionale dei cittadini.
Se chiedete a mia nonna, invece, molto probabilmente vi dirà che non è cambiando posto che si è più felici. E vi dirà, se dovete partire, di prendervi la canottiera e la sciarpa, perché ovunque andiate a vivere, tira vento anche lì.

Io credo che sia il professor Harrison sia mia nonna abbiano ragione. E vorrei tornare alla domanda che vi ho fatto all’inizio: siete felici?
Io non faccio l’indovina, ma posso provare a immaginare la vostra risposta.
Siete donne che hanno studiato, con una posizione lavorativa che ritengono migliorabile ma comunque dignitosa e soddisfacente, curiose e attive nel fare rete.
Siete intelligenti e ambiziose. Immagino che la vostra vita privata vi somigli – facendo eccezione per le relazioni con gli uomini, a cui però oggi, qui, non posso fare la stessa domanda.
Quindi, la risposta che immagino possiate darmi è: sì, sono abbastanza felice.
Se vi chiedessi di descrivermi cosa vi rende felice, ognuna di voi inizierebbe da qualcosa di importante per sé: la carriera, i figli, il talento, un’ambizione politica, un progetto sociale, un sogno irrealizzato.
Ma c’è una cosa che nessuno di voi includerebbe nella sua lista: il posto in cui vive.
Voi siete donne determinate, che agiscono sul contesto complesso della loro vita con decisione, plasmandolo secondo la propria volontà.
Questo significa che il posto in cui vivete ogni giorno è quello in cui voi avete deciso di vivere. Questo è il posto in cui realizzate la vostra felicità quotidianamente.
È questo per me l’importante: se il posto in cui abitate vi rende felici.

Poco dopo il rapporto Stigliz, i paesi europei iniziarono a prendere in seria cosiderazione la felicità.
In Italia, l’agenzia per la statistica, l’ISTAT, ha invitato le città a sperimentare un modo di misurare la felicità dei cittadini. Il progetto si chiama URBES, e contiene l’acronimo BES, che sta per benessere interno lordo (Gross National Happiness instead of the well known Gross national Income) nella parola latina che indica la città.
Brescia -la città dove lavoro io- è stata una delle prime ad aderire.
Nello stesso anno, l’associazione delle città italiane ANCI ha battezzato il progetto nazionale per le smart cities Rinascimento 2.0 .
Un anno dopo, mentre si alzava il dibattito sul fatto che la Grecia dovesse essere espulsa perché non aveva i conti in regola, l’Italia portava in Europa diverse mozioni ai grandi programmi quadri di investimento che dava valore al patrimonio culturale, artistico e architettonico; non per il suo valore sul mercato (vi ricordate quando si diceva che per risanare i debiti italiani potevamo vendere il Colosseo?) ma perché sono patrimonio di tutti, perché ci rendono persone migliori, più umane.

Quando diciamo che stiamo realizzando città smart, stiamo di fatto costruendo posti in cui essere più felici?
L’innovazione urbana ci renderà più felici o solo più efficienti?
Io credo che le città smart siano posti dove noi e i nostri figli possiamo realmente essere più felici. Non perché un nuovo aspirapolvere che pulisce mentre non sono in casa o una nuova linea metropolitana mi rendano più felice di un gatto affettuoso o di una passeggiata bicicletta in città nelle sere d’autunno.
Non credo che sia una questione di tecnologia.
Ma penso che le città intelligenti sollevino delle domande che non ci siamo mai fatti prima e che ci permettano di confrontarci in un dibattito che mai abbiamo affrontato con così grande ricchezza, complessità e responsabilità a livello globale, considerando il mondo che abitiamo come qualcosa da preservare e consegnare al futuro migliore di come l’abbiamo trovato.
E questo sì: personalmente, mi rende molto felice.

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