Essere smart è un diritto

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Questo articolo è comparso sul Corriere della Sera del 5 novembre 2012 e potete leggerlo qui.

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Brescia: la smart city è meglio dei suoi cittadini
La smartness è un diritto di tutti

«Un nuovo genere di bene comune, una grande infrastruttura tecnologica e immateriale che faccia dialogare persone e oggetti, integrando informazioni e generando intelligenza, producendo inclusione e migliorando il nostro vivere quotidiano». Quando parla di città intelligente, è così che la definisce il Ministro Francesco Profumo. La sua politica è decisamente improntata alla competizione: i bandi su cluster e smart city servono a selezionare dei “campioni” in grado di arrivare in Europa con determinazione e forza, leader di squadre estremamente motivate, con talento e risorse per affrontare sfide ai massimi livelli. L’ultimo bando scade il 9 novembre. Anche Brescia risponderà, raccogliendo la sfida. Di che sfida si tratti possiamo averne oggi un’idea parziale, perché il ritardo nazionale sul fronte ICT è fortemente penalizzante. L’Europa (EU27) ha classificato i suoi paesi in base al grado di digitalizzazione calcolati su 29 indicatori e 4 macro gruppi. L’Italia è nel terzo gruppo, tra gli innovatori moderati. Troppo poco per colmare il divario con leader come Svizzera, Svezia, Germania e Inghilterra o follower (cioè i paesi che si tengono al passo con l’innovazione) come Austria, Francia e Belgio. La crisi finanziaria ha evidenziato come il settore ICT, anche italiano, riesca ad essere altamente competitivo a livello manageriale, e questo nonostante una burocrazia fortemente penalizzante (che costa il 4,6% del PIL) e un sistema bancario riottoso all’investimento (8% di finanziamenti respinti contro il 3% dell’anno precedente). Ma come si fa a ottenere un cambiamento di rotta radicale? Invadendo il salotto di ogni casa!. Negli ultimi 10 anni l’Italia ha scelto consapevolmente di investire nello switch over televisivo e non in quello informatico. Così, oggi tutti i cittadini hanno modificato la loro abitudine di interagire con la televisione, ma meno della metà ha inserito internet tra i suoi strumenti di gestione, organizzazione, acquisto, facilitazione. La responsabilità è anche dei comuni, a cui il cambiamento non è stato imposto e che si sono adeguati pigramente agli standard europei: se il 37% dei siti amministrativi offre almeno la possibilità di scaricare la modulistica, solo il 4% delle applicazioni sono davvero interattive. Tutto questo ha un costo per i cittadini. E non solo in denaro (comunque, un costo alto) ma anche in tempo, qualità dei servizi, risorse. Alla Fiera di Bologna, nei giorni della Smart City Exhibition, sono state presentate due fotografie dell’Italia digitale. Il primo è l’Osservatorio Italia Digitale 2.0 edito da Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici che mette a fuoco il ritardo nella qualità e nella frequenza di servizi digitali per il Paese e le imprese. Il secondo è I-City rate, la classifica delle smart city italiane stilata su un plafond di 89 indicatori totali ripartiti su capitoli chiave per lo sviluppo del sistema-città: economia (25), ambiente (7), governance (15), mobilità (7) e popolazione (17). La statistica è stata concertata da Forum PA e diretta da Gianni Dominici, sociologo dell’innovazione. Tra i collaboratori troviamo Banca d’Italia, Legambiente, Istat, CNEL, Censis, INPS, Ministero dell’Interno, MIUR, Sole 24Ore. Nella classifica generale, su 103 città Brescia è risultata 24ma. Non male, viene da dire. Ma è il dettaglio che fa la differenza. La migliore performance la diamo in ambito mobilità (8va posizione). L’economia ci caratterizza (siamo 24simi, come nella classifica generale). Ci assestiamo in posizioni intermedie sia in fatto di vivibilità che di ambiente (33simi per entrambe). Ci riveliamo critici per governance (54simi) e pessimi come cittadini (74ma posizione). Due dati significativi questi ultimi che ci devono fare riflettere. La città intelligente è prima di tutto una città che ha una visione complessiva di sé stessa e una guida politica che tracci con chiarezza i contorni del «nuovo genere di bene comune» su cui si convergano gli sforzi e gli investimenti (data per scontata la miopia nazionale che costringe le municipalità a castrarsi in attesa del pareggio di bilancio). In secondo luogo, è una città dove i suoi cittadini non hanno paura a far valere i propri diritti e fare domande precise, esigendo risposte concrete, all’altezza delle proprie esigenze. Raccogliamo la sfida: la smartness è un diritto di tutti; finché non lo capiremo, non cambieremo né le nostre vite, né il nostro futuro, né la nostra città.


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