Da Facebook al faccia a faccia

Cosa sta succedendo a Facebook? Solo un paio di anni fa, gridavamo tutti al miracolo: finalmente, il mondo era senza confini, lì dentro potevamo trovarci tutti e ognuno di noi poteva riuscire a gestire una sua rete di contatti.
Due anni dopo, Facebook è lo strumento con cui ci distraiamo di più dal lavoro, con il quale distruggiamo il diritto alla privacy nostro e delle persone che ci sono vicine, che fa fallire le nostre relazioni di coppia, che espone i nostri figli agli sguardi indiscreti degli sconosciuti, che ci trattiene dal partecipare alla vita pubblica, che ci rende sospettosi, intolleranti, divisi. Di più: è la piattaforma che ci ruba immagini e informazioni;  e dove non esiste un’alternativa trasparente e non commerciale è l’unico strumento con cui le community si organizzano e si tengono in contatto.
Il prezzo? La profilazione dettagliata ai fini commerciali, la violazione della privacy, la violazione del copyright, la volgarizzazione e l’appiattimento del dibattito.

Per fortuna, qualcosa sta cambiando. Insieme al crollo del mito della rete come territorio libero in cui il meglio (??) dell’essere umano sorge dalle ceneri tiepide del telespettatore passivo, anche il social network più popoloso del mondo comincia a venirci a noia. Con i suoi pollici al cielo, le sue inter-azioni codificate e la sua continua sollecitazione ad accedere alla nostra intimità si è svelato per quello che è: un invadente spione.
Finché era l’unico, gli è andata alla grande. Ma anche nell’oceano della rete il vento fa il suo giro e i navigatori intelligenti che vedono violati i loro elementari diritti chiedono o creano (a seconda delle loro capacità) altri strumenti per socializzare. Con qualche bella sorpresa da qualche start-up, dalle amministrazioni pubbliche e dagli enti, che si muovono per offrire ai loro cittadini un posto nella virtualità dove mettersi in rete senza mettersi alla mercé di uno spione.
Tra i molti articoli comparsi in queste settimane, segnalo l’interessante pezzo firmato da Giampaolo Colletti per Nòva del Sole 24 Ore e che potete leggere a questo link oppure qui di seguito.

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C’è vita dopo Facebook: l’ondata di nuovi social network punta su mobilità e comunità di interessi
di Giampaolo Colletti

Instant messagging, app geolocalizzate, piattaforme fotografiche. A ciascuno il suo social. Le comunità connesse iniziano a diversificare il consumo digitale, la dieta mediatica si arricchisce e accanto a Facebook attecchiscono altri social network. La supremazia di casa Zuckerberg è ancora indiscussa, ma qualcosa sta cambiando. Servizi come WeChat e WhatsApp spopolano, con tassi di crescita a tre cifre. WeChat ha segnato un balzo del 379% nel 2013 secondo il Global Web Index. Poi c’è la crescita inarrestabile di Instagram e Foursquare: nei dati di Vincenzo Cosenza si assestano rispettivamente a 150 e 10 milioni di utenti attivi. E poi ci sono social “regionali”: l’Estremo Oriente abbraccia QZone, con oltre 620 milioni di utenti cinesi.
In Italia Facebook distanzia i competitor: ci accedono una volta al mese in 26 milioni e 16 lo fanno da mobile, con la fascia di pubblico maturo in crescita, i cosiddetti “silver users”. Campanello d’allarme globale è allora la lenta diaspora dei giovani, al punto che il Cfo di Facebook David Ebersman ha riconosciuto che negli ultimi mesi si registra un calo di utenti: «Abbiamo visto una diminuzione, in particolare tra gli adolescenti».
Accanto ai grandi player cresce una miriade di piattaforme fruite in mobilità e condivise da comunità verticali. Quanto questi attori scesi nell’agone digitale possano entrare in concorrenza con un colosso come Facebook è presto per dirlo. Tendenzialmente non saranno mai in relazione diretta. Ma le sfide dei prossimi mesi si giocheranno sui servizi premium in mobilità, sulla crescente geolocalizzazione e sulla necessità di legare tribù sempre più verticali. I casi italiani di successo si moltiplicano: a Milano tre informatici under trenta hanno messo in rete CityGlance, prima social app per chi utilizza i mezzi pubblici. A testare gli algoritmi sono più di 7mila utenti e a breve sarà esteso anche in altre nove città.
D’altronde l’ha dichiarato più volte proprio lo stesso Zuckerberg: «Non si crea una comunità, le comunità esistono già e fanno ciò che vogliono». E allora sembra proprio che queste lo stiano ascoltando, perché negli ultimi tempi si registrano lenti ma graduali movimenti verso altre piattaforme. Beninteso, sono scosse di una magnitudo contenuta per un ecosistema digitale in assestamento. Al momento però ciò che si registra è una tendenza all’integrazione e all’uso combinato di più social. Secondo il rapporto Pew Research Center, circa il 73% degli utenti accede a piattaforme social. Facebook domina, ma molti utenti diversificano la navigazione: il 42% adotta più social, rispetto al 36% che accede esclusivamente a Facebook. «Altri servizi ne minacciano il predominio. Instagram ha molti utenti che accedono in mobilità più volte al giorno, mentre Pinterest e LinkedIn intercettano specifici gruppi demografici», sostiene Maeve Duggan, coautore del rapporto.
Queste nuove agorà vivono nel sottobosco della rete. E l’esperienza di navigazione evolve, virando dal come stiamo al dove stiamo. Lo sa bene Stefano Ceccon, italiano espatriato a Londra. Nato trent’anni fa a Bassano del Grappa, ingegnere biomedico, ha messo ordine al caotico traffico londinese, implementando London Crowd, una app che ha avuto milioni di download ed è stata annoverata da Forbes tra le migliori per districarsi nella giungla londinese.
Secondo alcuni analisti, però, a preoccupare il colosso di Mountain View non dovrebbero essere i piccoli. Perché il futuro non sarà dettato dalla frammentazione, bensì dalla concentrazione. «Avremo un unico grande social network che assorbirà tutti gli altri, perché offrirà un valore aggiunto», afferma Margherita Pagani, docente di Digital marketing alla Bocconi e all’Emlyon Business School, che ha esposto la sua tesi in un paper su Mis Quarterly. «Si tratta della “legge del gigante”, speculare a quanto avviene nelle molecole e possibile scenario anche per il mondo digitale: l’evoluzione futura sarà dettata da dinamiche di integrazione a livello di network».
L’obiettivo comunque è presidiare questo ecosistema, aggregando e cercando di mantenere forti barriere in uscita. «In questo contesto il modello Google registra più opportunità perché offre servizi differenziati e gratuiti». Per Pagani un altro elemento che potrebbe spiegare la curva decrescente di Facebook è legato alla privacy: «L’elemento dell’intrusività, ovvero il fatto che i dati personali possano essere sempre più controllati, non va sottovalutato. L’utente oggi è molto più sensibile al tema».
Questo un possibile scenario. Ma c’è anche chi ha pronosticato una desertificazione del social più popolato al mondo, suscitando stupore e ilarità, oltre all’ironica risposta della stessa Facebook. Per John Cannarella e Joshua Spechler della Princeton University, Facebook sarà abbandonato entro il 2017 dall’80% degli utenti. La ricerca si basa sul confronto tra le curve delle epidemie e quelle delle reti sociali. Certo, si tratta di uno scenario irrealistico. Ma è anche vero che le evoluzioni a cui la rete ci ha abituato sono imprevedibili.


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