10 cose che ho imparato facendo la valutatrice UE

Nelle scorse settimane mi è stato chiesto di partecipare alla valutazione di alcuni bandi europei. Una proposta che mi ha riempito di orgoglio e anche di agitazione: è vero che faccio il mio lavoro con entusiasmo, ma non sapevo se ero abbastanza competente da valutare il lavoro degli altri.
Ebbene, ve lo dico: sareste entusiasti di avermi come valutatrice.
Non perché sono buona, al contrario: sono stata inflessibile (per non dire di peggio). Ma perché leggerei con attenzione i vostri progetti, ne valuterei le prospettive e vi farei appunti precisi, che possano aiutarvi a cogliere le debolezze o gli approfondimenti necessari.
Ho imparato molte cose da questa esperienza. E siccome sono una che pratica -oltre che predicare- la filosofia “open”, condivido le principali con voi.

1. L’Europa è un bel posto dove lavorare.
La cosa più faticosa di fare bandi europei è trovare i partner internazionali. Eppure, valutando le reti di consorzi e di partner, posso garantirvi che il confronto con le altre realtà europee è impagabile. Non solo perché dobbiamo ancora creare un vero mercato di servizi innovativi, ma anche perché collaborare nell’ambizione è un acceleratore di eccellenza.

2. La ricerca costa.
Da italiana, sono abituata alla dicotomia quasi incolmabile tra la mancanza di investimenti nella ricerca come vuoto strategico nazionale e la protezione dell’universo accademico come se avesse in eterno il diritto di replicare se stesso, mantenendosi lontano da logiche di mercato o da ragionevolezze finanziarie. Bene. In qualsiasi progetto europeo è richiesta un’attenzione e un’elevata competenza nella redazione dei budget, che devono essere modulati e adeguatamente giustificati. Non è raro che un progetto con contenuti validi risulti palesemente assurdo a livello di budget e che, proprio per questo, non venga finanziato. Perché i bandi di innovazione non sono un salvadanaio da rompere per avere “qualche soldino in più”. Che vi piaccia o no, siamo una società di mercato e dobbiamo imparare a fare bene i conti sempre. In questo senso, i bandi sono un esercizio che va esteso a ogni altra iniziativa, anche locale, anche interna. E questo vale per la ricerca, per le imprese culturali, per la sanità, per la scuola e qualunque altro pilastro nazionale vi venga in mente.

3. L’innovazione fa mercato.
Dopo l’adeguatezza dei costi, viene quella dei ricavi. Nemmeno la ricerca oggi può esimersi dalla necessità di …essere necessaria, dunque di avere o di creare un possibile mercato. Questo significa che gli investimenti richiesti devono prevedere degli obiettivi misurabili in ogni fase (attenzione: non successi, ma obiettivi misurabili; è questo che ancora differenzia ricerca e impresa) e che i partenariati devono includere chi sul mercato già ci sta, che sia profit o no profit. Trasversalità e transdisciplinarità non sono soltanto belle parole.

4. Fasce deboli.
Quando parliamo di innovazione, non c’è niente che possiamo tralasciare. Leggete con attenzione i bandi e troverete in tutti l’obbligo di considerare quelle che genericamente si chiamano “fasce deboli”. Anziani, analfabeti, analfabeti funzionali, persone in fasce di reddito a rischio o in condizioni di povertà, malati cronici, disabili, persone in disagio: servizi e prodotti devono tenere conto soprattutto di loro. Per due ragioni: la prima è che l’empatia e la solidarietà sono valori che ci rendono civili; la seconda è che progettare tenendo conto di chi ha difficoltà oggettive cambia ogni prospettiva e rende tutto davvero più semplice, usabile o, come si dice in linguaggio tecnico, più “accessibile”.

5. La politica è un gioco.
I soldi dell’Europa sono soldi nostri. Sulla base di un patto costruttivo di pace, collaborazione e potenziamento culturale identitario, tutti i Paesi dell’Unione contribuiscono con quote da redistribuire poi con un principio di competizione meritocratica. In questo contesto, però, esiste una differenza sostanziale: alcuni paesi sono più aggressivi di altri nella competizione. Lo fanno presentando molti progetti, candidando molti valutatori, e motivando ogni soggetto a competere per il proprio paese. Ai tavoli di valutazione questa presenza è evidente. E i risultati li leggete ogni anno sui media quando si traccia una linea netta tra contributi versati e finanziamenti ricevuti. Difendere il principio della competizione non significa essere ingenui. La politica e l’amministrazione pubblica sono chiamate a rispondere di una mancanza di strategia che ci penalizza come Paese e che mette in difficoltà i suoi talenti. In altre parole: il vostro Stato, la vostra Regione o il vostro Comune deve avere oggi una pianificazione strategica che preveda la candidatura di progetti a bandi, un team di persone dedicate, formate e competenti, e un network di relazioni utili. Non siamo più agli anni ’80, l’antieuropeismo è roba da qualunquisti e codardi, e i budget dell’amministrazione locale devono prevedere un ciclo di finanziamenti e reinvestimenti in innovazione.

6. Conflitto di interessi.
La primissima cosa che ho imparato facendo la valutatrice di bandi europei è che il conflitto di interessi è una cosa seria. Il primo documento che ho firmato è stata una dichiarazione (a mia completa responsabilità) di non aver alcun legame di tipo professionale o altro con alcun partner di progetto. Perché l’estraneità è il grado zero dell’obiettività.

7. Nessuno spreco
Il secondo documento che ho ricevuto, il “jury tool” ossia il manuale del valutatore – che per noi era un po’ come il manuale delle giovani marmotte – portava in prima pagina la raccomandazione a organizzarsi per tempo per provvedere al viaggio che ci avrebbe portato al tavolo di discussione dei valutatori, prenotando voli il più economico possibile ed evitando spese inutili. Ci è stato dato un tetto e l’obbligo alla classe economica. Ed è stato spazzato via ogni fraintendimento: siete spesati con soldi pubblici, vi è proibito sperperarli.

8. Fattore D.
Ogni paese che ha partecipato alla valutazione doveva esprimere i suoi esperti in pari quota tra uomini e donne. Non quota, ma parità: è questa la prassi acquisita, su cui nessuno si sogna di obiettare alcunché. Ma non fatevi illusioni: alla plenaria noi donne eravamo in netta maggioranza e occupavamo i posti di maggior responsabilità e competenza.

9. Il tempo è fiducia
Ogni valutatore ha un lavoro e una vita complicata. Ma questo non gli dà diritto ad alcuna delazione sulle scadenze. Ho passato le ultime tre settimane a leggere progetti, annotare punti critici e intuizioni valide, redigere schede di analisi e l’ho fatto nel mio tempo libero o nel weekend. Come me, l’hanno fatto tutti gli altri. Il tempo non è solo denaro: dentro ci sono impegno, speranze, opportunità.

10. Una seconda possibilità.
Cosa conta davvero in un progetto? I parametri di valutazione sono tanti e, naturalmente, dipendono da ciò che ogni bando richiede. Tendenzialmente, i criteri si suddividono tra idea, fattibilità e qualità dei soggetti aderenti. Ma c’è una priorità: se l’idea è buona, se c’è una forte responsabilità sociale, se state dimostrando di cogliere la complessità del momento storico e del contesto, se avete una visione, allora sarete premiati. Il futuro non ha bisogno di bravi contabili, ma di visionari. Tutte le buone idee meritano una seconda opportunità!


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